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Elezioni in Colombia: Il pareggio nei sondaggi tra Santos e Mockus agita la parte finale della campagna elettorale

 

 

Chiusa l’era del presidente Alvaro Uribe, eletto per due mandati consecutivi, la Colombia si appresta a voltare pagina. Da quando la Corte costituzionale di Bogotà, con una sentenza coraggiosa e inattesa, ha dichiarato “inammissibile” il referendum con cui si pretendeva di permettere ad Uribe di concorrere per un terzo mandato, la vita politica colombiana si è rimessa in moto in vista delle elezioni presidenziali del 30 maggio e la campagna ha riservato notevoli sorprese.

Alvaro Uribe, la fine di un’era
Per 2 anni il presidente, forte della popolarità acquisita per aver dato a una società frustrata e impaurita un minimo di pace e stabilità,  aveva mantenuto il paese in bilico,  sospeso nell’incertezza di una sua possibile ricandidatura che la Costituzione  non consentiva.  Uribe aveva vinto due elezioni nel 2002 e nel 2006 con percentuali vicine al 60% dei voti. La sua popolarità derivava dal fatto di aver inferto serie sconfitte alla guerriglia delle FARC ma senza mai arrivare al colpo di grazia, potendo così esibire un visibile calo della violenza che ha reso la Colombia un paese più vivibile.
Nel bene e nel  male, Uribe ha cambiato il “paradigma della politica” in Colombia. I due mandati di Uribe hanno finito per seppellire la cultura politica della generazione che si è formata in base ai parametri del Frente Nacional, cioè di una alternanza “contrattata” fra i due maggiori partiti, il  Liberale e il Partito conservatore.  Uribe ha fatto a pezzi i conciliaboli che decidevano tutto nelle alte sfere e a porte chiuse; ha messo fine ai partiti tradizionali e ha rinnovato le forme della comunicazione fra governante e cittadini. Il suo stile “puntuto”, la preferenza per il confronto, ha sepolto l’eredità della conciliazione permanente, degli atteggiamenti di governo pusillanimi, delle decisioni prese per accontentare tutti.
Ma questo decisionismo riflette anche una visione manichea della politica che non sopporta la critica e il dissenso. Uribe è stato un leader “forte” che ha impresso una svolta a destra della Colombia e ha seppellito per sempre l’idea di trovare  accordi con la guerriglia, come aveva cercato di fare il presidente conservatore Andrès Pastrana.  Ora il mandato dei governanti non è firmare la pace con le FARC ma vincere la guerra. Egli ha posto il tema della sicurezza al vertice delle priorità e ha contagiato la maggioranza della gente con il discorso della” mano dura”, ma è caduto sulla questione delle AUC (Autodefensas Unidas de Colombia), le bande armate assoldate da latifondisti e possidenti per difendersi da sequestri e violenze. 
 Il governo Uribe si è impegnato a garantire un loro inserimento nella vita economica e produttiva nel paese, in modo da disincentivare un ritorno ad attività illecite e pericolose per la sicurezza. Ma su questo punto parte della società colombiana non è d’accordo, perché sono nati nuovi gruppi criminali che hanno cercato di cooptare i “paramilitari ritirati”.  Dei trentamila uomini armati che erano al loro servizio, solo la metà ha deposto le armi. La struttura paramilitare è rimasta intatta sotto il nome eufemistico di Bacrim (Bande criminali) con nuovi capi, spesso legati al narcotraffico, e con  contatti  e protezioni  a livello politico e  negli ambienti del potere, quindi  all’interno della galassia dell’uribismo.   Sembra un circolo vizioso che delegittima lo Stato, la sua autorità, la sua prerogativa di avere il “monopolio della forza” e che, nonostante la retorica, neanche Uribe è riuscito a ripristinare.

I candidati in lizza per le elezioni del 30 maggio ’10
Uscito di scena Uribe, tutti gli osservatori erano convinti che la partita si sarebbe giocata all’interno della nutrita pattuglia di candidati che in un modo o nell’altro si richiamavano al presidente. Ma come scrive la giornalista Maria Jimena Duzán in un editoriale su Semana:”Senza Uribe l’ uribismo difficilmente si può mantenere unito e il suo frazionamento in piccole isole è già segnato. Questo è il destino dei partiti o movimenti personalisti, che si tengono uniti nell’esercizio del potere sul carisma di una persona e non su una politica e un progetto condivisi”.
La competizione è iniziata con 5 aspiranti candidati nell’area di centro-destra: Juan Manuel Santos, 59 anni, economista e amministratore di imprese, ministro della Difesa con Uribe, candidato forte del “Partido de la U” e di un “uribismo senza Uribe”. Santos è diventato famoso per aver guidato l’operazione che ha portato alla liberazione di Ingrid Betancur, l’ex candida presidenziale liberata nel 2008 dopo 7 anni in mano alle FARC. German Vargas Lleras (48 anni), avvocato e giornalista, dopo essere stato liberale ha aderito al Partido Cambio Radical, che fa parte della coalizione che appoggia Uribe, e ne è diventato presidente. Ha subito due attentati da parte dei paramilitari, a cui è miracolosamente scampato. Di recente si è riavvicinato al Partido Liberal e ha stretto un’alleanza con Rafael Pardo (56 anni), economista, leader del suddetto Partito, anche lui candidato alla presidenza, preparato e stimato ma senza carisma e con poche chances. C’è poi Noemi Sanín (61 anni), diplomatica, è stata ministro degli Esteri con il presidente Cesar Gaviria dal 1991 al 1994 e poi ambasciatrice in Spagna e nel Regno Unito. Già candidata nel 2002 per il partito “Si Colombia”, nel 2010 ha vinto le “primarie” del Partido Conservador,  il più antico della Colombia   che ha 160 anni di storia. E’ stata definita la “più antiuribista degli uribisti”, in quanto è stata fautrice della prima rielezione di Uribe, ma si è opposta alla seconda.  I suoi avversari la accusano di arrimarse al sol que mas calienta (avvicinarsi al sole che scalda di più), per dire di una certa tendenza all’opportunismo. Tutti questi candidati, riconducibili alla “galassia uribista”, con lauree e master negli Stati Uniti, appartengono all’establishment e a grandi famiglie colombiane che si tramandano potere e ricchezza di generazione in generazione.
 Sull’altro versante abbiamo due candidati che si possono catalogare “di opposizione”: Gustavo Petro (50 anni), economista, già membro del M-19, il movimento di guerriglia che nel 1990 in seguito ad un processo di pace promosso dal presidente Belisario Betancourt, accettò reintegrarsi nella vita politica. Eletto senatore ha portato alla luce lo scandalo della “parapolitica”, cioè i vincoli dei politici con gruppi paramilitari e altri episodi di corruzione. Entrato nel 2005 nel Polo Democratico Alternativo, l’unico partito di sinistra fondato da Carlos Gaviria, di cui è candidato dopo aver vinto le primarie, battendo lo stesso Gaviria con cui è entrato in rotta di collisione. Infine Sergio Fajardo (54 anni), politico indipendente, ex sindaco di Medellín, professore con una traiettoria accademica internazionale ( Berkeley e Wisconsin), si è distinto per alcune iniziative coraggiose nell’ambito  sociale per combattere l’illegalità nella sua città, funestata fino a qualche anno fa da violenza e criminalità.  Fajardo, che si proclama “né uribista né antiuribista”, era riuscito a intercettare un voto di opinione che lo aveva portato nei sondaggi a sfiorare il 20%.

I sondaggi
Finchè non ha fatto la sua comparsa sulla scena elettorale Antanas Mockus, candidato del Partido Verde de Colombia, che partendo dal un modesto  2% è risalito nei sondaggi fino a balzare in testa con uno share che oscilla fra il 34 e il 38% contro il 28-35% di Juan Manuel Santos. Gli altri candidati sono ormai fuori gioco con percentuali che oscillano fra l’8-11% di Noemi Sanín e il 4-5% di Gustavo Petro e Vargas Lleras, mentre Fajardo ha deciso di ritirarsi e gareggiare insieme a Mockus, come vicepresidente.  La partita si giocherà fra questi due candidati e se, come è probabile, nessuno dei due otterrà la maggioranza il 30 maggio si andrà al ballottaggio il 20 giugno.

Il fenomeno Antanas Mockus
Innanzitutto chi è Antanas Mockus? E che cosa significa il “fenomeno Mockus”? Personaggio fuori dagli schemi, 58 anni, filosofo e matematico di origini lituane, per due volte sindaco di Bogotà, dal 1991 al 1998 e poi dal 2001 al 2004 (nel 2005 intervenne ad un Seminario organizzato dalla RIAL). Un dottorato in Filosofia all’Università di Digione e una specializzazione in matematica a Paris XIII, più di 15 anni di esperienza politica sul campo come sindaco di Bogotà sono le sue credenziali. La sua convinzione è che la conoscenza e l’educazione incidano sulla realtà e sul destino delle persone, in particolare dei giovani, e come sindaco si è adoperato per fare della pedagogia uno strumento di trasformazione sociale.  L’Università di Harvard lo ha insignito del titolo di “Eminente latinoamericano e gestore del cambio culturale” in riconoscimento del lavoro svolto come sindaco di Bogotà. Antanas Mockus è quanto di più antitetico si possa immaginare agli schemi mentali e culturali del colombiano medio. Ha creato una Fondazione dal nome evocativo Visionarios. Lo chiamano il Profeta perché a volte veste in modo strano, porta la Costituzione sempre con se, attaccata al petto, come se fosse la Bibbia, per promuovere il suo discorso sulla legalità e predica la necessaria integrazione fra legge, morale e cultura. Intorno a questi tre elementi difende la convinzione in base a cui nelle società destinate al successo pochi violano le norme, però quando lo fanno si sentono in colpa. La sua cifra è la legalità perché senza di essa non può esserci convivenza e quindi un contratto sociale che lega gli individui intorno ad alcuni fini comuni. Se non c’è legalità non c’è società e gli individui si combattono fra loro e la società deperisce. Mockus è solito ripetere che per essere un buon governante non è necessario incasellarsi nella sinistra o nella destra, ma avere una coscienza etica e dare l’esempio. Con queste credenziali si connette con facilità con la gente attraverso i social network perché la sua credibilità è intatta.
Il suo discorso non piace a molti di sinistra, soprattutto ad alcuni accademici colombiani che lo criticano in quanto il suo legalismo lo rende difensore dello status quo e quindi le sue proposte concrete si muovono all’interno  del quadro socioeconomico esistente. Egli risponde che qualsiasi progetto di società comincia con la convivenza fra le persone che devono agire come se si conoscessero e quindi avessero fiducia l’uno dell’altro. Con questo modo di ragionare Mockus muove le emozioni della gente con un linguaggio simbolico-religioso che è capace di fare breccia in modo trasversale nell’opinione pubblica, sia di simpatie uribiste che antiuribiste, nei conservatori e nei liberali, nei giovani come nei vecchi. 
Sbagliando completamente diagnosi il candidato di centro-destra Juan Manuel Santos, che sentiva già la vittoria in tasca, lo ha bollato come “fenomeno mediatico” e ha fatto appello sulla paura e il “salto nel buio” che una vittoria di Mockus comporterebbe. Forse per questo Santos ha deciso di assoldare un esperto di marketing elettorale, il venezuelano J. J. Rendon. Ha partecipato a 22 campagne elettorali in 20 paesi e ha perso solo 5 volte, fra cui quella che più lo amareggia è la sconfitta nel referendum per rimuovere Hugo Chávez dal potere in Venezuela nel 2004. Proprio Chávez e il Venezuela si stanno rivelando il punto debole di Mockus. Infatti richiesto di esprimere un’opinione su Chávez, Mockus ha detto che prova ammirazione per lui. Considerata l’acrimonia con cui Chávez è valutato dalla maggioranza in Colombia, anche per le sue continue ingerenze nella politica interna, questo è stato un autogol che potrebbe costargli caro.

 

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