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MOSTRA LAS AMERICAS LATINAS, ALL’OBERDAN
“LAS AMERICAS LATINAS. Las fatigas del querer”: mostra promossa e organizzata dalla Provincia di Milano in collaborazione con Adac/Associazione Diffusione Arte Cultura di Modena. Curata da Philippe Daverio con Elena Agudio e Jean Blanchaert.
L’arte contemporanea latinoamericana è una delle più interessanti realtà del panorama artistico internazionale: la difficile situazione politico-economica del Continente Sud-americano ha generato pulsioni e passioni artistiche estremamente dense. Per lo più si tratta di un’arte politica, di ribellione e di rivoluzione. Un’arte forte, come ancora rimane forte in America Latina la memoria della conquista e dell’evangelizzazione europea, e violenta come violente furono le sanguinarie usanze dei popoli indigeni precolombiani. Un’arte contemporanea tendenzialmente barocca, figlia di una mentalità complessa e di una cultura di osmosi: quella tra le tradizioni indigene e quelle occidentali-europee.
Durante il lavoro di ricerca sono emersi alcuni temi stabili attorno ai quali si coagulano energie molto precise di artisti con provenienze disparate. L’indagine sulla natura, l’attenzione alla mutazione dei popoli, il rapporto con la vita, con la morte, con il sangue. Essi si declinano dall’intellettualità alla passionalità, dall’istintività ad una ipotesi di razionalità, in modo ben diverso tra un luogo e l’altro del continente. La stessa evoluzione dei rapporti fra popoli preesistenti e immigrati di varie origini, europee e interamericane, la mescolanza e talvolta il conflitto tra religioni, cosmogonie e evangelizzazioni portano a nodi problematici paralleli ma non necessariamente similari.
Parlare di un’arte latinoamericana come di un’unità generale coerente e specifica appare però come una semplificazione. E’ difficile parlare di un’arte pan-latino-americana, se non forzando un po’ le cose: poco ha a che vedere il Cile con Panama, come quasi nulla ha a che fare il Brasile con il Messico o un argentino con un boliviano.
La mostra "Las Americas Latinas. Las fatigas del querer" infatti, come recita il titolo stesso (“Americhe Latine”), offre un panorama multiplo, diversificato e complesso, come è quello della realtà politica economica sociale e creativa del continente sudamericano. Non un’interpretazione univoca e definitiva, bensì spunti poetici per avvicinarsi alla comprensione di un paese così lontano e così vicino a noi. Una mostra che lascia aperto l’enigma e si limita solo ad essere una documentazione delle più significative correnti e qualità artistiche. Un ritratto variegato che, con la presenza sia di Maestri ormai defunti sia di artisti dell’ultima generazione, sarà una narrazione personale di Philippe Daverio sulla sua percezione dell’America Latina.
La mostra ha per contenuto le evoluzioni delle arti figurative dell’America Latina nella contemporaneità ed è basata su alcuni nuclei tematici “chiave” (sangue, morte, anima, natura, città), che saranno anche declinati e ripercorsi, allo Spazio Oberdan, attraverso contributi di autori e incontri rappresentativi della letteratura latino-americana.
Si passa dalla truculenta crudezza delle opere della cubana Tania Bruguera alla sottile spietatezza delle opere dell’argentina Nicola Costantino, senza trascurare le impressionanti visioni sanguinose della brasiliana Adriana Varejão. Dalle installazioni filamentose di Ernesto Neto, alle performance (fotografate) di Ana Mendieta, alle ispirazioni folli di Arthur Bispo do Rosario, fino a Beatriz Milhares, Vik Muniz, al fotografo guatemalteco Louis Gonzales Palma, ai giovani cubani Los Carpinteros, Ivan Capote, al cileno Demian Schopf, al brasiliano Josè Rufino, per citarne alcuni. Non mancano artisti poco frequentati dal mercato.
L’artista argentina Alejandra Mettler nei mesi precedenti all’apertura della mostra ha lavorato con le donne indigene di Salta – una provincia al nord-est dell’Argentina, ai piedi delle Ande – per la produzione di un’enorme bandiera latinoamericana. L’opera rientra nel progetto comunitario Banderas Unidas, e per lo Spazio Oberdan è coordinata da Jean Blanchaert.
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