L’attesa vittoria del “conservatore” Juan Manuel Santos nel ballottaggio del 20 giugno in Colombia contro il “Verde” Antanas Mockus si presta a diverse interpretazioni sia sul piano nazionale che regionale. Innanzitutto la dimensione della vittoria. Con 9 milioni di voti (il 69% dei voti espressi) a fronte dei 3,5 milioni (27,5%) di Mockus, Santos conferma la sostanziale adesione dell’elettorato alla nuova geografia politica, introdotta dal suo predecessore Alvaro Uribe, fatta di partiti nati attorno a un leader, privi di storia, di ideologia, di una progettualità a lungo termine, ma capaci di coaugulare interessi concreti e bisogni immediati della parte maggioritaria dell’elettorato. Tutti i partiti storici della Colombia (il liberale, il conservatore) sono stati spazzati via e i loro leader ed ex presidenti, come Cesar Gaviria e Belisario Batancur, si sono affrettati a salire sul carro del vincitore per ottenere qualche incarico o prebenda.
Il “fenomeno Mockus” che i sondaggi (sbagliando) accreditavano al primo turno con un 35% dei consensi rimane, con i suoi 3,5 milioni di voti, l’unica piattaforma su cui costruire un’alternativa civica e progressista al potere delle élites tradizionali, di cui Santos fa parte. Come ha detto Mockus: “Quando non si raggiungono gli obiettivi, gli esseri umani hanno due opzioni: desistere o persistere, apprendendo dalle difficoltà. Le organizzazioni politiche non sono fatte per rinunciare ma per apprendere e persistere”. E’ molto probabile che il matematico di origini lituane ed ex sindaco di Bogotà non molli l’osso tanto facilmente e prosegua il lavoro iniziato per fare del “Partido Verde” un partito di principi e valori, ma pragmatico in grado di fare un’opposizione intelligente, non pregiudiziale a Santos, ma che si dimostri intransigente quando si tratta di principi irrinunciabili come la legalità e la giustizia.
Juan Manuel Santos - 58 anni, economista, “graduado” ad Harvard, già ministro delle Finanze nel governo di Andrès Pastrana e della Difesa in quello di Alvaro Uribe, appartiene ad una delle grandi famiglie colombiane, nota come “Los Santos”, azionista del più diffuso quotidiano “El Tiempo” e una serie di riviste - potrà governare in tutta tranquillità, avendo un’amplissima maggioranza parlamentare e l’appoggio di tutte le forze politiche di destra e di centro. Eppure il suo compito non si presenta affatto facile. Conosciuto come esponente del continuismo, Santos dovrà affrontare alcune eredità che l’ “uribismo” gli ha lasciato.
Lo ha cominciato a fare nel discorso con cui ha accettato il risultato elettorale nella notte del suo trionfo. Al di là del richiamo retorico all’unità nazionale, Santos ha fatto capire che governerà con autonomia, senza compromissioni con il passato e con le vecchie pratiche del clientelismo politico, lasciando che la giustizia faccia il suo dovere senza ostacoli. “Governerò per tutti” – ha detto - e ha invitato i colombiani a superare “divisioni ed odi” e ad unirsi per lavorare insieme per una “nazione più giusta, educata e prospera”. Ha anche affermato che si adopererà “per riportare l’armonia fra i poteri pubblici”, alludendo al conflitto fra il presidente Uribe e la Corte suprema che ha ritenuto “inammissibile” il referendum per una modifica della Costituzione che consentisse una terza elezione per Uribe. Infine ha detto che le Forze Armate “non godranno di impunità”.
Sul piano dell’economia la sfida è tutta da giocare. La Colombia è stata dal 2002 al 2007 il secondo paese dell’America latina che è cresciuto di più, dopo il Perù, con una media del 6% annuo. Poi nel biennio 2008 - 09 la crisi ha colpito anche la Colombia e i problemi sociali (12% di disoccupazione) e strutturali (una precarietà del lavoro che tocca il 57% della popolazione attiva) si sono aggravati. Santos ha detto che la sua priorità è la lotta all’informalità del lavoro e ha promesso che creerà 2,4 milioni di posti lavoro nel quadriennio, incorporando nell’economia formale mezzo milione di lavoratori precari. E il capo del suo staff economico Juan Carlos Echeverry, che sarà il prossimo ministro dell’Economia, ha anche approntato un piano che prevede la semplificazione del pagamento delle imposte per i nuovi assunti, investimenti per la formazione professionale e la riqualificazione dei lavoratori e aumentare la produttività del lavoro.
Il punto debole dell’economia colombiana è la bassa produttività, soprattutto del settore servizi, che rappresenta il 60% della forza lavoro, e delle Piccole imprese. Come scrive la rivista Dinero “Colombia, disgraziatamente, fa parte del gruppo di paesi che si è allontanata sistematicamente dal profilo macroeconomico che corrisponde a un aggiustamento orientato alla produttività, che esige alti tassi di risparmio interno per compensare le difficoltà di accesso ai flussi internazionali di capitali”.
Sul piano della politica estera, c’è da registrare un cambiamento di tono nelle relazioni, molto tese, con il Venezuela e l’Ecuador. Sia Hugo Chávez che Rafael Correa si sono dimostrati corretti ed hanno rispettato il galateo in uso nei rapporti fra paesi confinanti, facendo pervenire al “nuevo mandatario” le proprie felicitazioni e augurandogli exitos nell’esercizio delle sue nuove responsabilità. Il presidente dell’Ecuador Correa ha parlato telefonicamente con Santos e ha fatto sapere che sarà presente alla cerimonia di insediamento il prossimo 7 agosto. Vale la pena ricordare che le relazioni diplomatiche fra Ecuador e Colombia erano congelate, in seguito allo sconfinamento dell’esercito colombiano in territorio ecuadoregno per dare la caccia a un gruppo di guerriglieri delle FARC durante il quale fu ucciso il n. 2 dell’organizzazione Raúl Reyes. Questi primi segni di disgelo sono il risultato di alcune “aperture” fatte da Santos durante la campagna elettorale in cui ebbe a dire che “è arrivata l’ora della concordia” e si è detto disposto “a lavorare con i paesi vicini per sviluppare un’agenda comune di cooperazione e integrazione”. Si vedrà se sono frutti destinati a maturare.
E’ noto che Juan Manuel Santos ha ottimi rapporti di amicizia con il presidente del Cile Sebastian Piñera e fra i due c’è una perfetta sintonia politica, che non c’era con Uribe. Se a questo si aggiunge che entrambi sono in buoni rapporti con il presidente del Perù Alan Garcia si può dire che si va configurando in America latina un asse moderato di centro-destra che per ora abbraccia Cile, Perù, Colombia, ma che potrebbe estendersi al Messico di Felipe Calderón che potrebbe fare da contrappeso all’asse bolivariano (Venezuela, Bolivia, Ecuador, Nicaragua, Argentina) e mediare insieme al Brasile per riprendere il cammino unitario verso una non fittizia integrazione della Regione.