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La povertà attira il disastro

IL TERREMOTO AD HAITI


14 gennaio 2010

 

di Gilberto Bonalumi, Segretario Generale della RIAL

Sono stato più volte a Port–au-Prince e recentemente sul confine tra Haiti e la Repubblica Dominicana in quel luogo fotografato da Al Gore nel suo libro “Una scomoda verità” dove da una parte il terreno è in via di desertificazione e dall’altra un verde lussureggiante. Pensare e vedere che li dentro una vasta “discarica umana” si è abbattuta una forza di magnitudo 7 ci obbliga non solo a pensare che anche gli edifici antisismici di Tokyo avrebbero corso dei rischi, ma come povertà e distruzione si saldano simmetricamente in questo stato senza nazione.

Anche la natura si accanisce contro un paese e un popolo stremato dalla miseria e dall’ingordigia di una casta al potere che ha governato questo paese, ex colonia francese e uno dei primi a conquistare l’indipendenza,  con efferata crudeltà. L’isola Hispaniola,  su cui approdò Colombo nel suo primo viaggio verso la scoperta del “nuovo mondo” e oggi divisa in due Stati (Haiti e Repubblica Dominicana),  si porta dentro di se  una “maledizione” che ne ha fatto uno dei luoghi  più crudeli e devastati  della Terra. Situata alla confluenza fra la placca del Nord America e quella del Caribe, Haiti è esposta costantemente al rischio di collisione sismica devastante. A questo si aggiunge anche il fatto che l’isola tropicale, dalla natura lussureggiante perché ricca di piogge,  è soggetta allo scatenarsi di uragani e tornado che possono provocare danni ingenti.

Eppure nonostante questo, la tragedia di Haiti non deriva solo dalla combinazione sfavorevole degli elementi della natura ma  dalla storia forgiata dagli uomini che l’hanno governata in questi 206 anni di indipendenza e dai loro crudeli metodi di governo.  Conviene stendere un velo pietoso sul colonialismo francese che non è stato migliore di quello spagnolo che l’aveva preceduto e ha dato l’imprinting, con la lingua e la cultura,   alla fisionomia di questo paese di quasi 10 milioni di abitanti, di cui il 90% è formato da neri e meticci, discendenti degli schiavi  importati forzosamente dall’Africa, e solo il 9% è bianca.

Fu proprio sulla scia degli  ideali  illuministici e libertari  della Rivoluzione francese che ad Haiti scoppiò gia nel 1791 la rivolta degli schiavi, guidatati da uno di loro, Toussaint Louverture  che si era riscattato in seguito alla decisione dell’Assemblea Nazionale francese di concedere i diritti politici ai mulatti e neri nati liberi. La lotta durò anni e solo nel 1804 sotto la guida di Jean Jacques Dessalines, che ne divenne il primo presidente, Haiti proclamò l’indipendenza dalla Francia divenendo il secondo paese delle Americhe, dopo gli Stati Uniti  a dichiararsi indipendente.

L’indipendenza, però, non portò né libertà, né giustizia, né uguaglianza. Anche se all’inizio la neonata repubblica si batté per l’abolizione della schiavitù nelle colonie del Nord e Sud America e appoggiò la causa indipendentista del  libertador  Simon Bolivar, ben presto le lotte di potere fra fazioni rivali, le contrastanti e nocive influenze delle potenze coloniali,  gli esasperati personalismi dei capi che accedevano al potere, quasi sempre con la violenza e i complotti, portarono a una degenerazione sempre più marcata  dei metodi di governo, che indusse gli Stati Uniti ad intervenire occupando Haiti nel 1915. Siamo nell’epoca del “dottrina Monroe” (l’”America agli americani”) e del presidente Theodor Roosvelt, della sua politica del “grande bastone”  che giustificava gli interventi militari degli Stati Uniti nel Centro America e nei Caraibi in nome di un “destino manifesto” che spettava alla nuova potenza americana.

Gli Stati Uniti imposero una  nuova Costituzione ad Haiti ricalcata sulla loro, ma costruirono anche scuole, ospedali strade. L’occupazione diretta durò fino al 1934, poi si trasformò in un “protettorato” durante il quale gli americani appoggiavano governi apparentemente “democratici”, espressione della minoranza mulatta, l’unica che aveva accumulato ricchezza e istruzione e di cui si fidavano. E’ proprio da questa minoranza e dalle prime elezioni a suffragio universale che nel 1957 fu eletto presidente un medico apparentemente bonario Francois Duvalier che i poveri chiamavano “papa Doc” e che divenne il più feroce dittatore della storia di Haiti. Nel 1964 Duvalier si autoproclamò presidente a vita e instaurò un sistema di potere personale, basato sul controllo stretto della popolazione affidato ad un feroce corpo di polizia segreta, soprannominato i Tonton Macoutes (“gli uomini spettro”, dal nome di figure della tradizione magica africana che producevano sudditanza persino col ricatto della religione afroamericana del Vudù).

Alla sua morte nel 1971 “Papa Doc” lasciò il potere al figlio Jean Claude Duvalier, allora 19enne che governò con i metodi ancora più spietati  del padre per altri 15 anni, a cui si aggiunse l’ignominia della corruzione fino al 1986, quando fu deposto in seguito ad un ennesima sollevazione da parte di movimenti popolari, basati questa volta sull’appoggio della Chiesa cattolica locale che, nel 1983 ricevendo la visita di Papa Giovanni Paolo II e sferzato dalla sua pressante richiesta (“Qui le cose devono cambiare”), si è adoperata per l’alfabetizzazione e la coscientizzazione allo scopo di dare al popolo gli strumenti elementari per partecipare alla vita politica. Ma non è riuscita a sradicare la sua prostrazione. In un paese in cui il reddito medio è di 680 dollari l’anno, in cui la stragrande maggioranza non ha occupazione, né assistenza, né acqua, né fogne,  in cui 250 mila bambini muoiono ogni anno per inedia e altrettanti vengono venduti o ceduti a famiglie che possono sfamarli, il riscatto diventa un miraggio lontano che richiede quando meno una buona e onesta amministrazione della cosa pubblica. Purtroppo questo non è stato possibile e l’esperienza del prete populista Jean Bertrand Aristides, salito al potere nel 2004 e deposto nel 2006, è stato un altro clamoroso fallimento. Da allora Haiti è sottoposto ad un “protettorato” da parte delle Nazioni Unite che lo amministra attraverso un contingente di 9.000 uomini, al comando di un generale brasiliano, e un esercito di ONG che lavorano per alleviare i mali più terribili con le risorse pubbliche e private dell’aiuto internazionale. Esiste un presidente Renè Preval,  eletto nel 2006  che sembra essere una persona perbene, ma è impotente di fronte alla gravità dei problemi che deve affrontare e che i disastri naturali e questo evento che Barack Obama ha definito “una tragedia crudele e incomprensibile”, rendono ancora più ingestibile.  “Incomprensibile” forse  perché si è abbattuta sugli ultimi della Terra . Ma  da qui potrebbe partire per tutti noi “quel cambiamento profondo delle coscienze” che ci dovrebbe strappare dall’indifferenza e portarci a riflettere sul male che avvolge il mondo e che abbiamo contribuito a creare con i nostri comportamenti. Uno sforzo di solidarietà e di condivisione è il minimo che in questo momento possiamo fare.

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