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LE ELEZIONI IN SPAGNA DEL 20/11/11

18 novembre 2011

PREMESSA

Seguire le elezioni spagnole e i suoi risultati significa anche misurare non solo l’interesse di Madrid verso l’America Latina che sicuramente si confermerà positivamente indipendentemente dai risultati elettorali. Andrà osservato quali potranno essere i riflessi operativi che i nuovi governanti adotteranno come conseguenza della crisi economica europea e dell’euro in particolare. La Spagna si è sempre rapportata con l’America Latina come modello di crescita con i lodati “Pactos de la Moncloa”. Ora le forti politiche di austerità sfasano il rapporto tra Spagna e un’America Latina che continua il suo percorso positivo. Dentro questa sfasatura si può giocare una perdita d’influenza tra la stessa Europa e l’America Latina.

ANALISI

Quando il 20 luglio 2011 il Primo ministro spagnolo José Luis Rodriguez Zapatero ha convocato le elezioni politiche per il 20 novembre 2011 (con 4 mesi di anticipo rispetto alla scadenza naturale), annunciando che non si sarebbe ricandidato, la Spagna era nell’occhio del ciclone dei mercati e lo spread aveva toccato 430 punti-base rispetto ai bund tedeschi. Una bazzecola rispetto ai 570 toccati dall’Italia in questi giorni, ma sufficienti per indurre un leader responsabile come Zapatero a farsi da parte per il bene del paese, dell’euro e dell’Europa.  E come per incanto i mercati si sono sentiti rassicurati, hanno allentato la pressione sui titoli spagnoli, convinti che un cambio di governo a Madrid avrebbe giovato alla credibilità del paese e a trovare soluzioni condivise alla crisi economica e della finanza pubblica. In realtà le turbolenze di queste ultime ore nell’eurozona si manterranno fin quando i mercati non conosceranno lo spazio istituzionale della finanza europea; poiché è questo il vero deficit della politica aldilà del governo tecnico italiano o del risultato elettorale spagnolo. I sondaggi da mesi indicano che il Partido Popular (PP) di Mariano Rajoy è largamente in testa con il 45% delle intenzioni di voto, contro il 30% del socialista Alfredo Pérez Rubalcaba. Se si manterrà questo vantaggio di 15 punti, il PP otterrebbe, in base alla legge elettorale vigente in Spagna, la maggioranza assoluta e quindi potrebbe governare da solo, senza l’apporto dei partiti autonomisti che hanno condizionato  i governi socialisti , sia con i trasferimenti di fondi dello Stato centrale alle comunità autonome, sia con le rivendicazioni di maggiori poteri autonomi, come il nuovo  Statuto di autonomia della Catalogna che rasenta la secessione. La campagna elettorale non ha riservato sorprese. Lo stile di Rajoy è pacato e  monotono, la sua oratoria non è certo brillante, ma nonostante questo l’elettorato spagnolo lo premia perché vuole il cambiamento e soprattutto vuole punire i socialisti e in primo luogo il premier Zapatero per il modo in cui ha gestito la crisi, prima sottovalutandola, poi adottando misure “lacrime e sangue” come qualsiasi leader europeo di destra, con una politica di tagli indiscriminati. La popolarità di Zapatero è crollata e il 50enne Primo ministro ha compreso che era diventato un ostacolo per trovare una via d’uscita alla crisi e ha deciso  al momento giusto di fare un passo indietro. Nella recente conferenza programmatica di Malaga del Partito Popolare, l’immagine di Mariano Rajoy è uscita più forte perché ha traghettato la sua forza politica, su posizioni centriste avulse da un certo conservatorismo di matrice cattolico-oltranzista. Una nuova generazione di giovani dirigenti, dove spicca la componente femminile, ha reso moderno il partito popolare; espressione di una nuova classe media spagnola, conservatrice sul piano politico ed economico, ma assai progressista su quello ideologico. Questo centrismo si sta rivelando vincente, che non spaventa (e dunque impedisce un coagulamento del voto a sinistra bensì attrae i “swing voters” di centro). L’elettore medio ha dato più importanza all’alternanza nel potere che all’argomento che il PP gestirà con maggiore ortodossia le stesse proposte dei socialisti. Certo la crisi del 2008 aveva colpito la Spagna nella carne viva con la “bolla immobiliare”, l’indebitamento eccessivo delle famiglie per l’acquisto di prime e seconde case a credito,  le difficoltà  a pagare i mutui,  la chiusura di migliaia aziende di costruzione, la perdita di lavoro di milioni di persone che ha portato la disoccupazione dall’8%  al  20% , che rappresenta il doppio della media europea e un record in Europa. In pochi mesi quasi  5 milioni di persone si sono ritrovate senza  lavoro e solo una parte era coperta dalla “Seguridad Social”. La spesa sociale per pagare gli assegni di disoccupazione fece schizzare il deficit pubblico all’8,5%, mentre  la caduta del PIL nel 2009 del 4%, come le altre economie dell’eurozona, metteva fine a 12 anni di “miracolo spagnolo”. Tuttavia la Spagna aveva un debito pubblico del 60% rispetto al PIL, che rientrava nei parametri di Maastricht ed era inferiore a quello degli altri partner europei (la metà di quello italiano). Con il 40% della disoccupazione giovanile e l’avanzare della generazione “ a mille euro”, che in Spagna ha preso il nome di “milleurismo”, si è aperto un conflitto sociale e generazionale che ha creato un malessere sociale profondo. Non a caso è proprio in Spagna che è sorto  il movimento de los indignados che  nei mesi scorsi ha manifestato la propria rabbia composta, accampandosi alla Puerta Del Sol, nel cuore di Madrid, chiedendo con forza un cambiamento nelle politiche pubbliche che faccia pagare la crisi a coloro che l’hanno provocata, cioè le banche e le istituzioni finanziarie e che restituisca un futuro ai giovani. Il movimento è ancora attivo e fa sentire la sua voce e la sua presenza,  sostenendo che Rajoy non ha nessuna soluzione ai problemi posti dal movimento e le sue ricette sono ancora più penalizzanti di quelle adottate dal governo Zapatero. Tutto il dibattito fra i due candidati  ha ruotato intorno ai temi dell’economia e dell’occupazione. Poche e distratte considerazioni sull’unica notizia positiva di questi ultimi anni :l’annuncio da parte dell’ETA di rinunciare alla lotta armata. Di  fatto questa notizia va ascritta a merito del governo Zapatero e in modo particolare al candidato Alfredo Pérez Rubalcaba che era Ministro dell’Interno e che ha ottenuto questo risultato senza negoziare con l’organizzazione terroristica basca. Rubalcaba ha rivendicato senza enfasi questo successo, ma Rajoy si è rifiutato di riconoscerlo. Tutto passa in secondo piano di fronte alla perdita del lavoro, alla difficoltà di arrivare a fine mese, al grigiore di questo autunno europeo che sembra preludere ad altri, più tragici disastri.

 

Ufficio Studi RIAL / GB / GP

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