E’ ricominciato in America Latina un secondo ciclo elettorale che si preannuncia ricco di sorprese. Come nel biennio 2005-06, che portò al governo nella maggior parte dei paesi uomini e partiti di centro-sinistra o leader populisti, dalla fine del 2009 all’autunno del 2011 si terranno elezioni presidenziali e parlamentari in 16 paesi della Regione che potranno modificare in buona misura questo orientamento. Archiviato il caso Honduras, con l’elezione sotto tutela di un “governo di fatto” del conservatore Parfirio Lobo e con l’esilio nella Repubblica dominicana dell’ex presidente Manuel Zelaya (su cui riferiamo in una nota a parte), fra novembre 2009 e febbraio 2010 si è già votato in 4 paesi : Uruguay, Bolivia, Cile e Costarica. A parte il Cile in cui c’è stata un’alternanza chiara di uomini, partiti e programmi (su cui riferiamo nella nota a parte), negli altri tre paesi è prevalso il “continuismo” dei partiti al potere ma non delle persone (Uruguay e Costa Rica hanno eletto nuovi presidenti che in Costa Rica è una donna) e in uno (Bolivia) dove la continuità è stata totale.
Nei prossimi mesi si voterà in due paesi-chiave : la Colombia, un paese ancora non pacificato dalla violenza, che per un anno è rimasto paralizzato e incerto sul suo futuro, a causa della pretesa del presidente uscente Alvaro Uribe di modificare la Costituzione per potersi ripresentare per un terzo mandato. La Corte costituzionale alla fine di febbraio ha ritenuto inammissibile il referendum, assestando un duro colpo alle smodate ambizioni di Uribe. In Colombia, comunque, si è “chiusa un’era” e si voterà il 30 maggio 2010 per scegliere fra una diecina di candidati il successore (vedi articolo a parte) di Uribe, che ha compromesso, con le ultime scelte, il giudizio parzialmente positivo che una parte degli osservatori avevano dato sul suo governo.
L’altro paese in cui si voterà per le elezioni presidenziali e parlamentari è il Brasile (3 ottobre 2010) che si presenta sempre più come un player regionale e globale. Qui il presidente Luis Inacio Lula da Silva, pur godendo di un consenso che sfiora l’80%, non ha alcuna intenzione di riformare la Costituzione per concorrere ad un terzo mandato. Lula ha lasciato il campo a una sua “protetta” Dilma Rousseff, ministro alla Presidenza nel suo governo, che dovrà vedersela con il Governatore dello stato di San Paolo, il cattolico Josè Serra del PSDB (Partito della socialdemocrazia brasiliana), che ha in questo momento 6 punti di vantaggio. E con una incognita : la candidata dei Verdi, Marina Silva, ex ministro dell’Ambiente nel primo governo Lula, che potrebbe erodere la base di consenso del PT (Partido dos Trabajadores).
Proprio la facilità e la strumentalità con cui in alcuni paesi si è fatto ricorso alle modifiche costituzionali e ai referendum rappresenta il vero discrimine in America Latina fra coloro che hanno una visione “corretta” della democrazia, delle sue regole e dei suoi contrappesi e coloro che invece la considerano “manipolabile”, elastica, estensibile a seconda delle proprie necessità, in nome di una mala intesa sovranità popolare. Oggi il contrasto passa fra una “democrazia autoritaria” e “plebiscitaria”, che ha unito il caudillo antiyanqui venezuelano Hugo Chávez e il conservatore filoyanqui Alvaro Uribe, nemici dichiarati sul piano ideologico e sul punto di farsi la guerra ma uniti nel manipolare la Costituzione per restare al potere ; e una “democrazia rappresentativa” che crede nelle regole e nei poteri di controllo. Lula in Brasile, Bachelet in Cile, Tabarè Vazquez in Uruguay, Oscar Arias in Costa Rica sarebbero stati eletti per un altro mandato, ma non hanno voluto cambiare in corsa le regole del gioco e hanno preferito farsi da parte e lasciare ad altri il compito di contendersi la presidenza, favorendo così il ricambio e l’alternanza, che sono il sale della democrazia.
URUGUAY : la strana coppia “Pepe” Mujica - Danilo Astori
Nel piccolo e pacifico Uruguay (3,5 milioni di ab.) le elezioni presidenziali si sono svolte all’insegna del continuismo : al presidente uscente Tabarè Vazquez e al suo vice Rodolfo Nin Novoa (che ha partecipato alla IV Conferenza Italia-America Latina a Milano), entrambi del Frente Amplio (coalizione di partiti di centro-sinistra e sinistra fra cui membri dell’ex movimento di guerriglia Tupamaros) è subentrato nel ballottaggio del 29 novembre il ticket formato da Josè Mujica (presidente)- Danilo Astori (vice-presidente) del Frente Amplio, l’uno socialista, l’altro democristiano, che hanno prevalso con il 52,6% dei voti su Luis Alberto Lacalle del Partito Nazionale (conservatore)con il 43%.
Sia Tabarè Vazquez che “Pepe” Mujica hanno fatto parte da giovani del movimento contro la dittatura militare ma col tempo sono diventati pragmatici e moderati. Comunque fra ci sono notevoli differenze. Tabarè Ramón Vazquez, 68 anni, ex sindaco di Montevideo, socialista , è un oncologo pacato, colto che rifugge da atteggiamenti populisti e ha governato per 4 anni con moderazione. Pur avendo un gradimento di oltre il 60%. non ha ceduto alla tentazione di ricandidarsi. Durante il suo mandato (2005-09), l’economia dell’Uruguay è cresciuta di oltre il 30% e lo Stato ha trovato le risorse per una politica sociale efficace (Plan de emergencia, Plan de equidad) , una riforma sanitaria con l’approvazione di una legge contro il tabagismo, la legalizzazione dell’aborto e una legge per “una morte degna”, che ha attirato le critiche della Chiesa cattolica. Tabarè Vazquez, primo presidente “di sinistra” dell’Uruguay, il cui sistema politico è basato sullo storico bipartitismo fra Partido Nacional e Partido Colorado, si è distinto per lo scetticismo nei confronti del Mercosur, considerato un’integrazione economica troppo “asimmetrica” a favore dei paesi più grandi e ha ingaggiato un contenzioso con l’Argentina a proposito della costruzione di due cartiere (papeleras) da parte argentina sul rio Uruguay-Paranà altamente inquinanti.
Josè Mujica, 74 anni, anche lui socialista è stato un membro attivo dei Monteneros, ministro dell’Agricoltura con Tabarè Vazquez, è un personaggio molto popolare, spontaneo e alla mano che parla il linguaggio del “campo”, cioè degli agricoltori, soprattutto quelli piccoli e medi, con cui ha fatto tante battaglie comuni. La sua accoppiata con il più giovane Danilo Astori - esponente cattolico, già ministro dell’Economia - gli ha assicurato il voto degli elettori di centro e ha consentito al Frente Amplio di vincere per la seconda volta. L’insediamento del nuovo ticket presidenziale è avvenuta il 1 marzo 2010.
BOLIVIA : La conferma di Evo Morales
Il 6 dicembre 2009 si è votato in Bolivia, con il netto e scontato trionfo del presidente uscente l’indio Evo Morales, leader del MAS (Movimento al Socialismo), che con il 64,2% dei voti ha battuto nettamente il suo principale avversario il bianco Manfred Reyes Villa, del “Plan Progresso para Bolivia” che ha ottenuto il 26,4%. Si è votato anche per eleggere 130 deputati e 36 senatori della nuova “ Assemblea plurinazionale”. Al MAS sono andati 80 deputati e 26 senatori, al “Plan Progresso” 37 deputati e 10 senatori. Inoltre 6 regioni (La Paz, Oruro, Cochabamba. Potosì, Chuquisaca e Gran Chaco) hanno votato il loro statuto di autonomia. La frattura etnica, apertasi con l’elezione di Morales nel 2005, non si è ricomposta, anzi si è accentuata e la lotta politica in Bolivia si fa ormai su base etnica.
Alle elezioni, che si sono svolte con “metodo biometrico”, cioè un moderno sistema di identificazione che comprende l’impronta digitale, riconoscimento attraverso l’iride, la firma elettronica, ecc, erano iscritti oltre 5 milioni di elettori, compresi i boliviani residenti all’estero. E secondo la Corte nazionale elettorale l’astensione è stata del 10%, una percentuale tanto bassa che non si era mai registrata in Bolivia. Nonostante che l’opposizione abbia gridato alla manipolazione e alla frode per l’uso di queste sofisticate tecnologie (fra l’altro fornite dal Venezuela), gli osservatori internazionali dell’OEA (Organizzazione degli Stati Americani) e della Unione Europea hanno riconosciuto la regolarità del processo elettorale e hanno lodato “la tranquilla partecipazione di massa” al voto e la sua “legittimità democratica”.
In realtà non ci sono stati brogli e manipolazioni in queste elezioni, semmai la manipolazione è avvenuta nei quattro anni precedenti in cui il “primo presidente indigeno” della Bolivia Evo Morales e il suo vice Garcia Linera sono riusciti, in mezzo ad una forte polarizzazione politica, a far approvare una nuova Costituzione che istituisce uno “Stato plurinazionale”, l’accorciamento del mandato presidenziale a 4 anni e la possibilità di rielezione, dà più poteri alla maggioranza indigena (compresa la possibilità di amministrare la giustizia secondo il “diritto comunitario”), definisce una serie di autonomie etniche e regionali, ratifica la nazionalizzazione delle risorse naturali e promuove la riforma agraria.
Il consenso a Morales e Linera, per la verità deriva anche dal fatto che agli occhi degli indigeni aymara e quechua che rappresentano il 54% della popolazione, il governo ha adempiuto alle promesse elettorali. Approfittando del buon andamento delle esportazioni di gas naturale e delle maggiori entrate che vanno allo Stato, il governo Morales ha messo in campo programmi sociali per la nutrizione e la salute infantile, per gli anziani che non hanno altre fonti di reddito, per le donne incinte, e un programma di alfabetizzazione che ha dato la possibilità, anche con il concorso di formatori cubani e venezuelani, di sradicare l’analfabetismo dal paese, come riconosciuto dall’UNESCO nel dicembre 2008.
All’ opposizione “creola” (cioè i coloni bianchi di origine europea) queste cose non interessano. Essa si è asserragliata nei sei Dipartimenti dell’Oriente boliviano, fra cui Santa Cruz de la Sierna, il dipartimento più ricco di risorse e da qui ha condotto la sua guerra al governo e allo Stato centrale, prima minacciando la secessione, quindi proclamando unilateralmente la propria autonomia, in pratica una secessione mascherata.
Secondo i critici di Morales, questo processo, condotto secondo lo stile “chavista” a colpi di referendum (ben 7 in 4 anni), è stato viziato da numerose forzature legali, sia da parte del Governo che dell’opposizione. La Costituzione è stata approvata nell’Assemblea costituente con la maggioranza semplice e votata soltanto dai membri del MAS, mentre era richiesta una maggioranza assoluta. Quindi senza un “consenso” politico, ma poi è stata “plebiscitata” dal 62% dei votanti in un referendum. del gennaio 2009. L’opposizione a sua volta aveva promosso un “referendum revocatorio” nell’agosto 2008 come in Venezuela, per far cadere Morales, ma come per Chávez non ha fatto altro che rafforzarlo. I dipartimenti dissidenti, che hanno votato contro la Costituzione perché la ritengono “discriminatoria” nei confronti di bianchi e meticci, perchè concede allo Stato troppa ingerenza nell’economia mentre non riconosce il grado di autonomia che essi reclamano nella province della “mezzaluna” che essi controllano (che ha la sua roccaforte Dipartimento di Santa Cruz de la Sierna), si sono comportati in modo illegittimo, attribuendosi poteri (compreso quello fiscale e l’amministrazione delle proprie risorse naturali) che né la precedente Costituzione né quella nuova concedono loro.
Ora dopo le elezioni e l’insediamento, avvenuta il 25 gennaio 2010, del presidente Evo Morales le tensioni sembrano scemate. Il vice presidente Garcia Linera, considerato l’ideologo del nuovo regime indigenista, ha dichiarato che l’epoca della confrontazione è finita. Qualche segnale di distensione è venuto dal “prefetto” di Santa Cruz Ruben Costas, da sempre considerato il nemico di Morales, che si è rivolto a lui, chiamandolo “Mi Presidente!”. E Morales non è stato da meno proclamando nel suo discorso di insediamento “Siamo un governo della cultura del dialogo. Grazie alla coscienza del popolo boliviano è possibile cambiare la Bolivia, lavorare per la dignità e l’uguaglianza di tutto il popolo boliviano”.
COSTA RICA : Una donna alla presidenza
Molto più tranquille le lezioni svoltesi in Costa Rica – considerata da una rivista statunitense uno dei paesi più “vivibili” del mondo per la sua democrazia che dura dal 1949, per il rapporto che ha con l’ambiente e la natura, perché ha abolito l’esercito, per il clima e la cordialità della gente – dove si è votato per il rinnovo del Presidente e del Parlamento il 7 febbraio 2010. Qui è risultata eletta al primo turno con il 46,7% dei voti Laura Chinchilla, una signora di 47 anni che insegna Scienze Politiche all’Università di San Josè ed è stata allieva e vice del presidente uscente Oscar Arias, già Premio Nobel per la pace a causa dell’azione svolta negli anni 80 per la pacificazione del Centro America. Laura Chinchilla, che è la quarta donna eletta “Presidenta” in un paese dell’America Latina (dopo Violeta Chamorro in Nicaragua, Michelle Bachelet in Cile e Cristina Fernandez de Kirchner in Argentina), sa che non è facile per una donna governare un paese latino e “machista”, ma è convinta di farcela.
La giovane politologa era candidata del “Partito di liberazione nazionale”, un partito “storico” del Costa Rica fondato nel 1948 da José Figueres che, dopo l’annullamento delle elezioni vinte da una coalizione di partiti riformisti, combatté una breve guerra civile contro l’oligarchia cafetalera e i suoi partiti ed instaurò un regime democratico che dura ininterrottamente da allora. Figueres fu eletto presidente nel 1953 e poi successivamente nel 1970 e il Partito di liberazione nazionale (PNL) divenne la principale forza politica del Costa Rica, in perenne dialettica con i partiti conservatori e con l’altra forza storica del paese: il Partito social cristiano, che ebbe fra i suoi leader Rafael Angel Calderòn (con cui in alcune occasioni si alleò). Durante il suo primo mandato Figueres abolì l’esercito, adottò una politica di protezione della natura, istituendo un sistema di parchi naturali e si adoperò per l’integrazione centro-americana. Il partito che aveva un’impronta riformista aderì all’Internazionale socialista (IS), conciliando l’economia di mercato con l’intervento dello Stato. In seguito ad alcune scissioni, fra cui quella dell’ex segretario Rodrigo Carazo e l’appannamento della IS in America Latina, il PNL oggi si dichiara a favore della “terza via” fra l’autoritarismo statalista e populista di Chávez e il neoliberismo che predominò negli anni 90 in gran parte dell’America Latina. con il “Washington Consensus”. Durante la crisi honduregna il presidente del Costa Rica Oscar Arrias ha svolto un ruolo di mediazione e ha fatto incontrare il presidente de facto Micheletti e quello deposto Zelaya a San Josè. Ma i suoi tentativi non sono andati a buon fine e non si è ripetuto il “miracolo” che sotto la regia di Oscar Arrias portò negli anni 80 al processo di Contadora e alla pace di Esquipulas che sancì la fine della guerra civile in Salvador, Guatemala, Nicaragua.
Benché il Costa Rica presenti uno degli indici di sviluppo umano più alto nella Regione, il problema più assillante che ha dominato la campagna elettorale è stato quella della sicurezza. Il livello di criminalità organizzata e i fatti di violenza sono aumentati in modo preoccupante, complice la crisi economica, e allarmano la popolazione. C’è paura del contagio che il narcotraffico scelga il Costa Rica come via di transito verso il Messico e soprattutto che si diffondano le bande giovanili, le maras, che imperversano e seminano morte e terrore nei paesi vicini. La nuova “Presidenta” Laura Chinchilla darà assoluta priorità al tema della sicurezza, ma non ha su questo punto molte armi da giocare. Perché come prova il Messico e le stragi che i cartelli del narcotraffico provocano ogni giorno, il contrasto verso il loro strapotere non dipende da quello che può fare un singolo Stato, ma da una concertazione regionale e dal coinvolgimento degli Stati Uniti, principale mercato delle sostanze stupefacenti.