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HONDURAS: L'UNIONE EUROPEA RICONOSCE IL NUOVO PRESIDENTE

di Gilberto Bonalumi, Segretario Generale della RIAL


16 marzo 2010

Dopo gli Stati Uniti, anche l’Unione Europea ha riconosciuto il nuovo governo dell’Honduras, guidato dal conservatore  Porfirio Lobo (62 anni, 11 figli, imprenditore agricolo)  del  Partito Nazionale, eletto nelle contestate elezioni del 29 novembre 2009, svoltesi sotto un governo “de facto” a 4 mesi dall’”anomalo” colpo di stato che ha deposto il legittimo presidente Manuel Zelaya.
L’Unione Europea,  infatti, dopo aver fermamente condannato il golpe, ha mantenuto una posizione di rigetto, auspicando un accordo fra il presidente deposto Zelaya e quello “de facto” Micheletti, che  appartenevano al momento del golpe allo stesso Partito liberale. Malgrado la mediazione dell’OSA e il tentativo di riconciliazione fra i due personaggi, che si sono incontrati in Costa Rica, sotto gli auspici  del presidente Oscar Arias non è stato possibile raggiungere un accordo e le elezioni pertanto sono state viziate dalla mancanza di una reale competizione.  Il Frente Nacional de Resistencia Popular (FNRP), creatosi a sostegno di Zelaya, ha chiesto il boicottaggio delle elezioni  del 29 novembre, ritenendole illegittime. 
L’Unione Europea ha deciso di normalizzare le relazioni invitando il nuovo governo dell’Honduras a partecipare al round di negoziati per l’Accordo di associazione fra UE-America Centrale che si è svolto dal 21 al 26 febbraio 2010 a Bruxelles, processo sospeso per 8 mesi a causa del colpo di stato nel paese centroamericano.
La decisione della UE di riconoscere il diritto dell’Honduras di reinserirsi negli spazi internazionali, segue un’analoga decisione degli Stati Uniti.  Il governo di Washington  aveva definito le elezioni un “importante passo avanti” per la restaurazione della democrazia. “Anche se rimane molto da fare per restaurare l’ordine democratico e costituzionale in Honduras – ha detto il portavoce del Dipartimento di Stato  Ian Kelly – i cittadini dell’Honduras hanno considerato le elezioni come un passo importante per la soluzione della crisi politica del paese” . E in seguito il nuovo sottosegretario per gli Affari interamericani Arturo Valenzuela ha incontrato il presidente eletto Porfirio Lobo in una visita-lampo a Tegucigalpa, avallando il sostegno dell’amministrazione Obama al processo elettorale e al presidente eletto.
Gli altri paesi dell’America Latina hanno mantenuto una posizione ferma di rigetto delle elezioni e del nuovo governo . Ma gradualmente quel fronte compatto è andato sgretolandosi.
La questione dell’Honduras ha diviso la “Cumbre iberoamericana”, svoltasi a Estoril (Portogallo)  il 1 dicembre 2009.  I paesi del fronte bolivariano (Venezuela, Ecuador, Cuba, Nicaragua e Bolivia), presenti   al vertice di Estoril con delegazioni “dimezzate”, hanno rimarcato  la loro ostilità a qualsiasi soluzione che non prevedesse il reinsediamento di Zelaya al potere, condannando come fraudolente e illegittime le elezioni del 29 novembre.   Altri come Perù, Colombia, Costa Rica, Panama  hanno riconosciuto la legittimità delle elezioni, mentre  altri  fra cui Brasile, Cile, Argentina hanno negato validità alle elezioni, chiedendo come condizione un accordo nazionale per sbloccare la crisi.  Il ministro degli Esteri della Spagna,   Miguel Angel Moratinos, che da gennaio ha assunto la presidenza di turno della UE, ha sentenziato : “La Spagna non riconosce queste elezioni, però non le può ignorare” e il presidente del governo J. Luis   Rodriguez Zapatero ha auspicato  una “piattaforma di dialogo” per ristabilire l’ordine costituzionale.  Dopo l’insediamento il  27 gennaio 2010   a Tegucigalpa, del  presidente eletto,  anche se tutti i paesi dell’UE hanno disertato la cerimonia di insediamento di Porfirio Lobo, molti,  fra cui l’Italia, hanno fatto arrivare messaggi rassicuranti  al nuovo presidente.  
Alla cerimonia di insediamento del 27 gennaio  hanno assistito solo il presidente di Panama Ricardo Martinelli, il primo Ministro  di Taiwan  Ma Ying-jeou, il presidente della Repubblica Dominicana Leonel Fernandez (nella foto) e il vice presidente della Colombia. Il nuovo presidente Porfirio Lobo nel suo discorso ha detto che intende dar vita a un “dialogo nazionale” per riconciliare il paese, come previsto dall’Accordo di San Josè  del 30 ottobre.  L’occasione è servita anche per sistemare la posizione personale dell’ex presidente Zelaya, ancora rifugiato presso l’ambasciata del Brasile nella capitale honduregna.  Lobo ha stretto un accordo  con il presidente  Leonel Fernandez perchè  Manuel Zelaya abbandoni il paese e possa viaggiare, insieme alla famiglia, nella Repubblica Dominicana che ha accettato di ospitarlo.
Si chiude con questo atto di Realpolitik la crisi honduregna, apertasi con il colpo di stato del 29 giugno 2009. Ne  diamo qui una rapida sintesi.

Il golpe del 28 giugno 2009


Eletto nel 2005 come candidato del moderato Partito liberale, Manuel Zelaya due anni dopo ha  compiuto una disinvolta piroetta, decidendo di entrare nell’Alleanza bolivariana delle Americhe (ALBA), l’organizzazione degli Stati che propugnano una alternativa bolivariana e socialista, promossa dal presidente del Venezuela Hugo Chàvez (comprendente Cuba, Venezuela, Bolivia, Ecuador, Nicaragua).  Che cosa ha spinto Zelaya a questo gesto è ancora un mistero. Per alcuni si trattava di una adesione opportunistica per ottenere petrolio venezuelano a basso prezzo.  Ben presto si è visto che Zelaya faceva sul serio e si era davvero convertito al nuovo “credo bolivariano”, officiato da Chávez.  In poche settimane ha cambiato gli equilibri all’interno del Partito liberale, immettendo  personaggi legati a lui contro l’establishment ufficiale del partito che sosteneva il presidente del Congresso Roberto Micheletti. Ha ottenuto l’appoggio di organizzazioni sindacali, studentesche e indigeniste, che non hanno mai avuto una vera rappresentanza nel sistema politico dell’Honduras. Questa inattesa svolta, presa in solitario dal Presidente, ha scatenato le reazioni dei due Partiti maggiori, delle organizzazioni padronali, dei media da esse controllate che hanno gridato al “tradimento”.  La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l’incauta mossa di Zelaya di indire una specie di consulta popolare proprio per il 29 giugno in cui si chiedeva “al popolo” di votare con un “si” o con un “no” per  eliminare la norma che limita a 4 anni il mandato presidenziale e   la possibilità di votare per una “quarta urna” in occasione delle elezioni del 29 novembre per eleggere insieme  al nuovo presidente, ai membri del Parlamento, ai sindaci,  anche una Assemblea costituente.

Una deriva chavista?


Zelaya si è affrettato  a dire che non si trattava di un vero referendum vincolante, ma di una specie di sondaggio che sarebbe stato sottoposto al Congresso perché lo valutasse ed eventualmente lo approvasse. Ma i suoi avversari ci  hanno visto  il tentativo palese di ripercorrere la strada, indicata dal Chávez, di allungare i termini del mandato presidenziale, convocare un’Assemblea costituente che avrebbe dovuto confezionare una Costituzione a immagine e somiglianza dei nuovi leader populisti, come già fatto in Venezuela, Bolivia, Ecuador. Il Tribunale supremo elettorale, la Corte suprema di giustizia e il Congresso dell’Honduras  hanno dichiarato illegale questa consultazione. Il 24 giugno Zelaya ha annunciato la destituzione del generale Romeo Vazquez, capo di stato maggiore delle Forze armate, che aveva opposto il rifiuto dell’esercito a distribuire le schede per il controverso plebiscito. All’alba di domenica 29 giugno, Zelaya è stato prelevato nella sua casa, ancora in pigiama, da 200 uomini armati e  imbarcato su un aereo per il Costarica. Il  temuto plebiscito non si è svolto. Le classi dominanti dell’Honduras lo vedevano come il fumo negli occhi, perché lo consideravano  una “deriva chavista”, che avrebbe portato  l’Honduras a ricalcare le orme dei paesi che hanno aderito alla rivoluzione bolivariana.  
Insomma Zelaya, lungi da essere un paladino della democrazia e dei diritti umani,  stava orchestrando un colpo di mano per far passare in maniera subdola una riforma costituzionale che doveva portare l’Honduras nell’orbita “bolivariana” e “chavista”. La stessa Chiesa cattolica con il cardinale Oscar Madariaga, ritenuto un prelato progressista e attento alle questioni sociali,     ha preso le distanze dal presidente deposto, pur senza benedire il golpe.   Non c’è dubbio che  in Honduras  è stata violata  la legalità costituzionale e la comunità internazionale ha fatto bene a mostrarsi intransigente.  Ma la crisi esigeva una via d’uscita che in sei mesi di tentativi di mediazione e conciliazione  non è stato possibile raggiungere.
 

Le elezioni del 29 novembre 2009

 
Secondo i dati ufficiali hanno votato il 61% degli aventi diritto e Lobo avrebbe ottenuto il 52,3% contro il 35,8% del candidato del Partito Liberale Elvin Santos  (dato contestato dai seguaci di Zelaya che parlano di un’ affluenza alle urne inferiore al 48% e  accusano di brogli il governo di “fatto” guidato da Roberto Micheletti). Il deposto presidente  Zelaya, rientrato in Honduras e   rifugiato nell’ambasciata del Brasile, e il Fronte Nazionale di Resistenza che a lui si richiama, hanno chiamato la popolazione al boicottaggio delle elezioni e non ne hanno riconosciuto la validità. “Se le elezioni che si sono celebrate in Honduras – scriveva il quotidiano spagnolo El Pais – sono una frode, la frode si è perpetrata con normalità. Hanno votato migliaia di persone a Tegucigalpa e non ci sono state bombe, né morti, né feriti”.
Sulla correttezza democratica di queste elezioni i dubbi sono giustificati. Esse si sono svolte sotto un “governo di fatto”, con poche  garanzie di neutralità e imparzialità, anche perché non erano presenti osservatori internazionali in quanto nessun organismo, compresa l’OSA (Organizzazione degli Stati Americani), ha ritenuto di mandare osservatori.  Paradossalmente, la vittoria è andata non al partito di governo,  ma all’opposizione di centro destra, mentre la partecipazione eventuale del “Frente di resistenza”  delle forze  che appoggiano  Zelaya, che si è autoescluso,  non avrebbe cambiato il risultato finale. Tutti hanno avuto modo di constare che si trattava di frange minoritarie e poco rappresentative.
 

Governo di unità nazionale


Il presidente eletto Porfirio Lobo si è impegnato a formare un “governo di unità nazionale e di riconciliazione” e ha promesso che convocherà un “grande dialogo nazionale”, senza escludere nessuna forza politica e nessun esponente politico. La decisione di  Zelaya di accettare   l’ ospitalità  della Repubblica Dominicana, ha contribuito a disinnescare una crisi che durava da troppo tempo. “Pensiamo che bisogna riconoscere la realtà ed essere pragmatici – ha dichiarato il rappresentante della UE per il Centro America Mendel Goldstein – Siamo arrivati alla conclusione che le elezioni in Honduras si sono svolte in maniera trasparente ed equa, riflettendo la volontà della maggioranza degli honduregni. Con il presidente Porfirio Lobo abbiamo insistito su alcuni temi : la riconciliazione nazionale, secondo i termini dell’Accordo di San Josè, la formazione di un governo di unità nazionale, e il rispetto dei diritti umani, con la nomina di una Commissione per la verità che investighi su quanto accaduto prima e dopo il golpe. Crediamo che il governo del Presidente Lobo sta adempiendo a questa condizioni e non ci sono motivi per escludere l’Honduras dall’arena internazionale.”  
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