Il primo turno delle elezioni presidenziali in Guatemala svoltesi l’11 settembre scorso ha portato al ballottaggio del 6 novembre due candidati di destra : il primo di estrema destra è l’ex generale Otto Perez Molina del Partido Patriota da lui fondato che ha ottenuto il 37% dei voti; il secondo di una destra populista è l’imprenditore miliardario Manuel Baldizón, candidato del partito Lider (che sta per Libertad democratica renovada), anch’esso inventato di sana pianta dal suo leader che ha preso il 23,7% dei voti, ma che negli ultimi sondaggi è risalito di ben 20 punti.
Il primo turno delle elezioni e stato abbastanza atipico in quanto non era stata ammessa al voto la candidata del partito al potere, la UNE (Unione Nazionale della Speranza, definito di tendenza socialdemocratica) del presidente uscente Alvaro Colom. La storia è nota ed ha del comico. Non potendosi ripresentare per una seconda elezione perché la Costituzione lo vieta, Colom ha lasciato che si presentasse quella che fino al 7 aprile 2011 è stata la moglie Sandra Torres, . una signora grintosa, abbastanza popolare che per poter accedere alla candidatura, aveva divorziato dal presidente Colom. Ma con una serie di sentenze, sia la Corte suprema che il Tribunale costituzionale hanno decretato l’inammissibilità della candidatura in quanto lede la Costituzione che vieta anche ai consanguinei o affini del presidente in esercizio di candidarsi alla massima carica dello Stato. Invano la signora Torres si è battuta per dimostrare che con il divorzio era tornata ad essere “una donna single con 4 figli” che non aveva nulla a che fare con il presidente. Ma il Tribunale le ha dato torto, sostenendo che il divorzio costituiva una “frode della legge” in quanto con esso si voleva surrettiziamente aggirare la Costituzione per permettere all’ex primera dama di concorrere alla presidenza.
Probabilmente con un 23% delle intenzioni di voto la Torres avrebbe potuto andare al ballottaggio e dare un’altra impronta alle presidenziali del 6 novembre. Le cronache ci diranno se il divorzio della signora Torres è reale o una finzione. Ma intanto il partito della UNE, che pure ha portato in Parlamento 58 deputati e si colloca come il secondo partito del Guatemala , non ha potuto concorrere alle elezioni e questo ha squilibrato il già fragile sistema politico del paese.
I sondaggi sono favorevoli all’ex generale Perez Molina che, in un paese schiacciato dalla violenza, invoca la “mano dura” contro il crimine e promette di militarizzare intere zone del paese: non solo le regioni del Nord dove dominano le bande di narotrafficanti che sconfinano dal Messico, ma anche la capitale infestata dalle maras e pandillas, le bande giovanili che uccidono con spietata crudeltà. In Guatemala il tasso di omicidi è di 45 morti ogni 100 mila abitanti, fra i 6 e i 7 mila morti ammazzati l’anno, uno dei più alti del mondo e la gente ha paura. Si calcola che esiste un organico delle forze di sicurezza private di 180 mila uomini a fronte di 20 mila organici delle forze di polizia, che sono oltretutto mal pagati e privi di validi strumenti di repressione e di indagine. Il tema della sicurezza è stato al centro della campagna elettorale sia nel primo turno dove i candidati presidenziali erano 10 sia per il ballottaggio. Per il 43% dei guatemaltechi l’insicurezza personale è il problema più importante che può colpire chiunque. Si rischia non solo di essere derubati e assaltati per strada, in ufficio, in casa sia, ma anche di essere rapiti ed uccisi. Insomma la violenza è una vera emergenza ed entrambi i candidati al ballottaggio hanno cavalcato la paura diffusa.
In questo l’ex generale Otto Perez Molina è senza dubbio più credibile e lo dimostra la sua biografia. E stato uno degli artefici dei negoziati che hanno portato agli accordi di pace del 1985 che ha messo fine a 36 anni di guerra civile che ha prodotto 200 mila morti, in maggioranza indios e campesinos. Ma è stato anche accusato da organismi di difesa dei diritti umani di essere implicato in episodi di repressione negli anni 80, quandoPerez Molina era comandante dell’esercito nel dipartimento di Quichè contro comunità indigene nel “triangolo Ixil”. Ma le prove non sono convincenti. Quello che Perez Molina rappresenta non è il ritorno dell’istituzione militare al potere, quanto una mentalità e una cultura conservatrice che imputa ai governi civili che si sono succeduti dall’1986 in poi il disfacimento dello Stato, alla debolezza e alla divisione dei partiti l’attuale anarchia del paese in mano ai proprietari terrieri, i cafetaleros, gli eserciti privati, i caudillos locali, i cartelli del narcotraffico. Mentre lo Stato è un vaso di coccio in mezzo a poteri che sono dei vasi di ferro.
Il suo ragionamento è grosso modo questo: “I civili hanno avuto l’opportunità , ma in 26 anni la loro gestione è stata deficitaria e hanno fallito, alimentando corruzione e clientelismo. Ora si tratta di ricostituire l’istituzionalità dello Stato a cominciare dalle Forze Armate e dalla Polizia che si presentano indeboliti e disarmati di fronte al crimine. Uno Stato che sia anche in grado di fare una riforma fiscale che permetta di regolare l’onnipotente iniziativa privata e di avere i fondi necessari per far funzionare la giustizia (solo il 3% dei delitti commessi viene sanzionato ). Solo un progetto solido di questo tipo può traghettare il paese fuori dal marasma in cui si trova”. E’ un’analisi forse un po’ rozza ma che riflette esigenze reali sentiti come tali da una buona parte della società guatemalteca.
D’altra parte il sistema politico del Guatemala da diverso tempo è atomizzato e senza radici. I partiti storici non sono riusciti a diventare veicolo di rappresentanza di interessi sociali e territoriali ma si sono trasformati in macchine elettorali e clientelari, privi di riferimenti ideologici e culturali. In mezzo secolo sono spariti i tre grandi Partiti del paese come la Democrazia cristiana, che ha governato dal 1986 al 1990 con Vinicio Cerezo, il Movimento nazionale di liberazione che ha preso avvio dall’azione riformatrice del colonnelo Jacopo Arbenz e il Partito rivoluzionario del Guatemala. Il loro declino irreversibile ha aperto la strada ad una frammentazione cronica e alla nascita di partiti personali, privi di storia, cultura e radici, che durano la spazio di un mattino senza lasciare tracce.
Un tipico esempio di questa metamorfosi è il candidato del Partito Lider, Manuel Bardizón che concorre al ballottaggio con programmi vaghi e usando i media, radio e TV, come strumento di propaganda spicciola. Una delle sue trovate pubblicitarie è stata la promessa di portare la squadra di calcio del Guatemala a disputare la finale dei prossimi campionati del mondo di calcio. Egli per non essere da meno del generale Perez Molina invoca un ritorno alla pena di morte e promette di creare un corpo di polizia speciale per perseguire i criminali. Appartiene ad una delle tante sette protestanti che proliferano in Guatemala, ma si definisce semplicemente “cristiano” per attrarre anche il voto dei cattolici. In un paese in cui l’80% dell’economia è informale, il 56% vive sotto la soglia della povertà e quasi sempre i poveri coincidono con gli indigeni che sono la maggioranza della popolazione, dove vi sono due milioni di malnutriti e il 30% di analfabeti ha proposto l’istituzione della 15ma mensilità per chi ha un lavoro regolare e una busta paga.
Va menzionato che nel primo turno delle elezioni l’unico partito a rappresentare la sinistra era il Frente Amplio che aveva come candidata il premio Nobel per la Pace del 1992 Rigoberta Menchu, che si presentava per la quarta volta e ha racimolato uno striminzito3 % dei voti. Per un osservatore esterno stupisce come in un paese formato in maggioranza di comunità maya, anche se di etnie differenti, l’unica candidata che si presenta con un programma di riforme sociali e che si batte per il riscatto della cultura e dell’identità indigene venga cosi platealmente snobbata da quelle stesse comunità indigene. Ma stupisce altresì l’ostinazione con cui viene presentata per la quarta volta una candidatura che ha dimostrato, non si sa per quali imperscrutabili ragioni, di non avere nessuna chance presso il suo elettorato di riferimento.
GB