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ARGENTINA: VERSO LA VITTORIA DI CRISTINA FERNANDEZ DE KIRCHNER

20 ottobre 2011

Non ci sarà gara, per usare un’espressione calcistica, nelle elezioni presidenziali di domenica 23 ottobre in Argentina. Tutti i sondaggi sono concordi nel dire che la “Presidenta” uscente Cristina Fernandez de Kirchner stravincerà al primo turno con oltre il 50% dei voti e più di 30 punti di vantaggio sul candidato che si colloca al secondo posto, l’ex governatore della Provincia di Santa Fé il socialista Hermes Binner, candidato del Frente Amplio Progresista (FAP), che viaggia fra il 12 e il 15% delle intenzioni di voto. La progressione della candidatura di Binner, che spiazza al secondo posto quella del leader dell’Unione Civica Radicale (UCR) Ricardo Alfonsín, figlio del primo presidente della transizione democratica Raúl Alfonsín, che retrocede al 10% delle intenzioni di voto,  è l’unica novità di questo ultimo scorcio di campagna elettorale. Gli altri candidati si collocano al di sotto di questa soglia critica che li rende  irrilevanti.  Fra essi i due esponenti del peronismo dissidente e antikirchenista: Eduardo Duhalde e Alberto Rodriguez Saa che peraltro si presentano divisi e raccolgono fra l’8 e il 10% ciascuno e Elisa Carriò della Coalición Civica che arrivò seconda con il 23% dei voti nelle presidenziali del 2007 vinte da Cristina Fernandez, e che ora si deve accontentare di uno scarso 3%.
Se questi saranno i risultati delle urne (si vota anche per rinnovare metà dei seggi del Congresso e i governatori delle Province) ci sarà una sostanziale continuità e la conferma della leadership della signora Cristina Fernandez che, a un anno dalla morte del marito Nestor Kirchner, ha dimostrato di non essere una marionetta teleguidata dall’abile marito, come molti sostenevano,  ma di   avere idee proprie e  argomenti per governare e  farsi rispettare. Oltre all’immagine che ha curato con studiata attenzione, recitando la parte della vedova devota al ricordo del marito prematuramente scomparso, la “Presidenta” ha tenuto a smarcarsi da una visione troppo di parte e integralista della politica kirchenista, prendendo le distanze da alcuni esponenti politici e sindacali del peronismo, come  il segretario della CGT (Confederazione Generale dei Lavoratori) Hugo Mojano, troppo legati a logiche corporative e clientelari che avevano creato avversione e una perdita di consenso.
Non va dimenticato che nelle elezioni di medio termine di due anni fa per il rinnovo del Congresso, il “Frente para la Victoria”, la sigla del peronismo che si richiama ai Kirchner, subì una sconfitta ad opera di una coalizione di centro destra guidata dall’industriale De Narváez che insieme all’intendente (sindaco) di Buenos Aires Mauricio Macri  doveva rappresentare l’alternativa moderata a certe intemperanze populiste e nazionaliste del peronismo kirchenista.
Era il periodo più acceso del conflitto fra il governo e le organizzazioni agricole a causa dell’aumento delle retenciones (imposte) sulle esportazioni agricole. La classe media e i grandi e piccoli proprietari terrieri protestavano contro queste misure e sembrava che da essa potesse nascere un blocco sociale in grado di opporsi ad un governo che, dopo l’orgia liberista dell’epoca di Carlos Menem, sembrava voler tornare alle pratiche dirigiste e stataliste del primo peronismo. Ma questa possibilità è svanita, oltre che per manchevolezze interne alla coalizione, anche per la rimonta che dopo la scomparsa del marito Cristina Fernandez ha saputo imprimere al movimento di cui è candidata.
Nelle risposte che motivano le intenzioni di voto il 52% degli elettori sostiene che voterà per Cristina Fernandez perché ha governato bene, un 10% la sceglie perché l’economia va bene. Si sa anche che la maggioranza dei voti per la “Presidenta” verrà dai ceti di più basso livello socioeconomico, come è nella tradizione peronista il cui capitale elettorale e simbolico proviene dai settori popolari, con apporti significativi delle classi medie.  Infatti il maggior serbatoio di voti per il composito movimento peronista  è la Provincia di Buenos Aires dove si concentra il 40% dell’elettorato. Il risultato delle elezioni  in questa Provincia, dove  il governatore uscente Daniel Scioli viene largamente dato per favorito,  sarà   il vero test  per gli equilibri interni al peronismo che, nonostante le sue divisioni, egemonizza  oltre il 70% dell’elettorato.  Scioli infatti,  pur facendo parte del “Frente para la Victoria”, è in rotta di collisione con il governo nazionale e con la Presidenta, che lo considera un potenziale avversario, in quanto avendo una base elettorale autonoma è l’unico in grado di mettere in pericolo la supremazia della corrente kirchenista all’interno del peronismo. Oggi i due sono costretti ad andare d’accordo, ma dopo le elezioni quando si dovranno ridefinire gli equilibri interni, si troveranno su sponde opposte.
Non c’è dubbio che il buon andamento degli indici macroeconomici di cui l’Argentina gode da 8 anni ha dato una mano non indifferente al governo e all’affermazione della “Presidenta”. Non è solo l’aumento del PIL, che quest’anno crescerà del 9% (anche se l’inflazione è al 25%, secondo istituti indipendenti e al 10% secondo i dati ufficiali), i salari di chi partecipa all’economia formale sono aumentati del 25%, mentre coloro che vivono nell’economia informale ricevono sussidi pubblici che consentono un tenore di vita decente. Due milioni e seicentomila anziani sono stati beneficiati da una pensione, pur non avendo versato contributi. La spesa pubblica è aumentata dal 28% del PIL nel 2003  al 45% nel 2010, ma questo sembra non preoccupare perché l’economia tira. Le 500  grandi imprese del paese, nonostante le  dispute avute con il Governo, non si possono lamentare se è vero che i loro profitti sono stati in media  negli ultimi 8 anni dopo il default, intorno ai 20 mila milioni di dollari contro una media di 7 mila milioni nel decennio dei ‘90. I proprietari agricoli che hanno ingaggiato una lotta con il governo che non si è ancora placata, hanno visto aumentare i loro introiti da esportazione e soprattutto il valore delle terre coltivate a soia o mais è quintuplicato rispetto al 2005.
L’Argentina vive una fase di euforia economica che alimenta una propensione consumistica esagerata. Si risparmia poco, si investe poco nell’industria o in beni capitali; gli investimenti si dirigono prevalentemente nelle costruzioni di nuove abitazioni, hotel, centri commerciali, show room e nella filiera del divertimento. Questa tendenza a spendere e a comprare beni durevoli  è stimolata dalla facilità del credito e dell’acquisto a rate che ricorda sinistramente altre epoche ed è premonitrice di possibili, rovinose “cadute”, di cui le fiammate inflazionistiche che si tenta di nascondere sono un sintomo inquietante. Ma per ora né il governo, né la maggior parte dell’opinione pubblica sembra preoccuparsi.
La scelta da parte di Cristina Fernandez di avere al suo fianco, in qualità di vice presidente, il giovane e ambizioso Ministro dell’Economia Amado Boudou può essere interpretata come un ritorno all’ortodossia, in quanto Boudou è favorevole a saldare  i debiti, utilizzando  le  riserve della Banca centrale,  col Club di Parigi e riportare l’Argentina nel FMI e nel club delle nazioni eleggibili per i prestiti internazionali, in contrasto con altri ministri come Julio De Vido che sono per l’autarchia finanziaria. Sarà questo uno dei tanti nodi che il nuovo governo dovrà sciogliere.
Resta, per concludere, fare alcune considerazioni sull’opposizione che mai come in questa occasione sembra oltre che frammentata e senza idee, del tutto ininfluente. L’Unione civica radicale, che è stata storicamente il partito dei ceti medi e ha avuto un radicamento nazionale, non si è mai ripresa dalla dêbacle della presidenza del radicale Fernando de La Rua, costretto a fuggire dalla Casa Rosada a bordo di un elicottero di fronte a una piazza inferocita che gli imputava il disastro dell’economia che portò nel dicembre del 2001 al default. Inutili sono stati i tentativi di ridare al partito  nuova linfa attraverso innesti nati dalla società civile, come quello di Elisa Carriò, che si fece interprete del malessere delle classi medie che persero il loro status  dopo la terribile esperienza del corallito (dopo il default, quella che per reddito, istruzione e status sociale si definisce classe media passò dal 46% al 35% in Argentina). Oggi il nucleo principale dell’opposizione non peronista sembra agglutinarsi attorno alla figura di Hermes Binner, se questo riuscirà a mantenere la seconda posizione e a superare la barriera del 15-20% dei voti. Il Frente Amplio progresista vuole da una parte occupare lo spazio lasciato libero dall’UCR al centro  e dall’altro quello occupato a sinistra negli anni 90 dal Frepaso di Chacho Alvarez, ma con l’esperienza di chi ha amministrato positivamente una importante Provincia come Santa Fè, una delle più dinamiche e ricche dell’Argentina. Si tratta di una sfida non solo difficile, ma tutta da costruire, per contrastare il Molloch peronista.
 

Ufficio Studi RIAL

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